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A quasi un decennio di sfruttamento coloniale segue un breve periodo di controllo giapponese, nel corso della seconda guerra mondiale. L’indipendenza, conquistata nel 1953, non riesce a garantire una stabilità sul lungo termine: ben presto il coinvolgimento nella guerra del Vietnam e un generale clima di malcontento diffuso tra la popolazione daranno origine al movimento dei khmer rossi. Questi ultimi prendono il potere nel 1975, sotto la guida del leader Pol Pot, seguono anni di chiusura totale del Paese durante i quali le premesse di una rivoluzione sociale equa e giusta lasciano ben presto spazio ai timori della comunità internazionale rispetto a quanto stia realmente accadendo in Cambogia. Solo nel 1979 con l’invasione vietnamita viene portato alla luce il vero e proprio dramma del genocidio consumatosi nel Paese. Il cammino verso la stabilità e la pace interna è lungo e non è facilitato dalla comunità internazionale che fino al 1992 riconosce come legittima, con seggio ONU, la Cambogia Democratica di Pol Pot. Serve almeno un ventennio per ristabilire un’idea di ordine e ricominciare a guardare avanti. La Cambogia di oggi rimane per certi versi un Paese ambiguo: da un lato l’esempio dei vicini Paesi emergenti, le rampanti economie asiatiche, dall’altro un vuoto generazionale da colmare, un ordine ancora non completamente ristabilito che rende difficile un equo sfruttamento delle risorse e una giusta distribuzione della ricchezza.

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